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Cronaca del viaggio in Giappone dell’agosto 2017

Pellegrinaggio

No, non siamo spariti, siamo andati in pellegrinaggio. Per le montagne boscose della penisola di Kii, a sud di Kyoto, luogo magico nel quale affondano – ci dicono – le radici stesse del Giappone ancestrale, dove il mitico primo imperatore si rifugiò dopo un primo tentativo di imporsi e da dove riuscì ad uscire e a sconfiggere gli avversari guidato da un corvo a tre zampe (ora logo onnipresente e “scudetto” della nazionale di calcio nipponica).

È il Kumano Kodo, un intreccio di sentieri che cuciono montagne boscose e dirupi, incrociando di tanto in tanto un villaggio, consentendo al pellegrino e al semplice viandante di visitare luoghi e santuari – alcuni semplici altarini con figurine di pietra – legati a divinità naturali, spiriti dei luoghi e delle cose a un certo punto “buddizzati”. Il Kumano Kodo da qualche anno si è, per così dire, gemellato con il Cammino di Santiago e chi li fa tutti e due è riconosciuto come “dual pilgrim”

Silvia e Mario lo sarebbero, dunque, avendo percorso i 312 km da Leon a Santiago 12 anni orsono e i 35 che vanno da Tanabe – sulla costa – al grande santuario di Hongu — peccato non si fossero registrati e non abbiano quindi potuto certificare il passaggio davanti a ogni altarino e santuario disperso nei boschi (ci sono delle cassette di legno con sportellino e dentro c’è il timbro) e quindi farsi riconoscere dal Grande sacerdote di Hongu. Ma loro si considerano “dual” di fatto.

Il sentiero si inerpica per una serie di colline e scende per le susseguenti valli, per poi tornare a salire, a scendere e così via (non senza qualche rimostranza da parte della nostra “dual”) tra boschi di cipressi, qualche bambù e persino qualche palma. Entrare in questo percorso – ci dicono – equivaleva a un viaggio nelle zone della morte, per purificarsi e rinascere a nuova vita, risanati nello spirito e magari anche nel corpo (vicino a una taverna ora deserta c’è la statuetta di una divinità particolarmente dedita alla cura del mal di schiena).


A Tanabe abbiamo dormito in una locanda – proprio una locanda, con una birreria al pianterreno e due camere sopra. Poi ci siamo inerpicati e siamo discesi per molte, molte ore, tra boschi, altarini, tempietti e l’occasionale vista d’insieme, per finire nella casa di una sorridente giovane coppia che ha lasciato Tokyo e ha deciso di venire a vivere in mezzo ai monti, offendo ospitalità a casa loro, molto orgogliosi di aver percorso essi stessi l’anno scorso l’ultimo pezzo del Cammino di Santiago. Ne hanno, infatti, appesi alla parete i ricordi: la conchiglia, il bastone del pellegrino, la compostela.


Il giorno dopo ancora boschi e ancora salite e discese, ma con il conforto del “cestino” preparato dalla sorridente signora (due palle di riso con saporetti e una bottiglia di tè verde), qui sotto consumato da Figlio 2


Poi, in un ruscello nel quale per secoli i pellegrini facevano il bagno e compivano i riti di purificazione in acqua fredda, anche Figlio 1 ha deciso di fare la prova.


Il percorso è accompagnato dall’insistente e a volte assordante canto delle cicale, che qui sembra veramente un canto e non un semplice frinire — cicala della quale abbiamo una diapositiva presa sul pannello di entrata della casa dove abbiamo trascorso la notte…

Cliccando su questo link dovreste poterle ascoltare anche voi:

Cicale

Di quando in quando, prevalentemente verso la fine del nostro percorso, si incontrano piccoli villaggi, con orti poderosi e piccole coltivazioni di tè. Qualcuno, al mattino, mette a stendere i futon sul tetto per fargli prendere aria.


Alla fine al tempio ci siamo arrivati, ma era proibito fare fotografie all’interno. C’erano banchi di souvenirs che vendevano amuleti per molte cose. Un ufficio dove si andava a iscriversi per quella che sembrava una cerimonia di benedizione e decine di persone in ordinata fila per rendere il dovuto culto al santuario.

Noi abbiamo concluso la giornata in un ryokan, albergo giapponese dotato di bagno comune, in una zona di sorgenti solforose poco lontano. Nella parte pubblica anche un “cooking basin”, una vasca-pentolone comunitario dove la gente immerge ad esempio sacchetti di uova per cuocerle.


Ora siamo a Kyoto, dopo un giro paradossale che ci ha fatto fare tanta provincia prima delle metropoli classiche (a parte il primo giorno a Tokyo). Ci siamo arrivati    con l’ennesimo treno da una piccola stazione che sul marciapiede aveva dipinto con accuratezza la corsia lungo la quale mettersi in fila per accedere alla carrozza.  Compreso il disegnino del verso dei piedi.


Buon Ferragosto!

Bonus post

Nel parco del castello di Osaka (distrutto e ricostruito più volte), si danno regolarmente convegno persone più o meno anziane che allevano rapaci. Diciamo falconieri, anche se in realtà la cortese signora in rosa qui sotto teneva in grembo come un gattino la sua civetta.

Viaggio

Guerrieri, commercianti, funzionari imperiali e viaggiatori di varia natura hanno per secoli animato la Nakasen-do, la via che con le sue locande e stazioni di posta collegava la capitale Kyoto con Edo, la città portuale che sarebbe diventata la nuova capitale di Tokyo. Insomma la spina dorsale dell’impero.

La spina dorsale del Giappone di oggi è il suo meraviglioso servizio ferroviario, i cui convogli moderni e puliti partono sempre dagli stessi binari spaccando il minuto (rendendo così possibile a noi viaggiatori moderni di programmare trasferte con tre o quattro coincidenze di pochi minuti senza alcun timore di perderle).

Beh, la giornata di venerdì è stata per noi la somma delle esperienze di viaggio giapponesi del passato e del presente.

Volevamo percorrere a piedi un tratto della Nakasen-do, circa otto chilometri, che unisce due piccoli villaggi attraversando colline tra cipressi, pini giapponesi e bambù. Ma per farlo abbiamo dovuto fare prima e dopo una scorpacciata di treni. 

Le previsioni del tempo promettevano nuvole sparse, rovesci e anche un temporale. La giornata, peraltro, si presentava grigia già dalla partenza dalla nostra amata guesthouse di Nikko


Per arrivare a Magome, stazione di partenza della camminata, abbiamo dovuto prendere un treno locale fino a Utsumiya, uno Shinkansen (alta velocità) fino a Nagoya, un espresso fino a Nakutsugawa e un bus fino a Magome. 

È che non avevamo fatto i conti con l’Obon, il periodo di metà agosto quando masse di giapponesi si spostano per andare in vacanza, insomma il locale “esodo di Ferragosto” era stato lost in translation. Ci siamo ritrovati con il nostro prezioso Rail Pass di 14 giorni, ma senza possibilità di prenotare posti a sedere, il che ha voluto dire un bel po’ di ore in piedi pigiati come sardine. 

Figlio 1 ha trovato ospitalità nel vano lavabo aperto sul corridoio davanti alla toletta, Figlio 2 seduto a terra davanti a una porta, mentre gli autoctoni si accomodavano anch’essi nei modi più fantasiosi, come queste madre e figlia rannicchiate a dormire tra l’ultima fila dei sedili e la parete.


Silvia ha stoicamente resistito appoggiata a uno stipite.


Ma dopo circa tre ore siamo arrivati al villaggetto di Magome, soffocato dal caldo, dalla umidità e da una pioggerellina fine e insistente. Siamo in un parco nazionale e il governo insiste perché tutti i, non molti, edifici siano di legno in stile tradizionale. Li si vede assiepati lungo una ripida strada acciottolata che è l’inizio di questa tratta della Nakasen-do


Il sentiero è comodo, largo e in alcuni punti (pochi) ancora dotato delle pietre originali. La pioggia e l’umidità ci hanno accompagnati per tutta la prima parte in salita, attraverso boschi.


Una volta scavallato il “passo” (meno di 200 m. di dislivello), l’umidità è restata ma la pioggerella per fortuna se ne è andata e siamo. Potuti arrivare a Tsugamo piuttosto rapidamente.


Purtroppo non c’è stato modo di trovare un posto dove dormire (Obon!), nonostante che la nostra agenzia di viaggio interna avesse lavorato intensamente bombardando uffici turistici e locande di richieste – specie Figlio 2, anche in giapponese.

Abbiamo deciso di approfittarne per avanzare nel programma e di arrivare fino ad Osaka. Quindi altro bus, altro espresso, altro Shinkansen e stanza prenotata via Airbnb a 300 metri dalla stazione.

Insomma: cinque treni, due autobus e quasi tre ore a piedi. Ci siamo meritati una cena a base di okonomiyaki, frittatone ripiene di ogni cosa cucinate su una piastra tipiche di Osaka.


Domani e dopodomani sulle vie del Komono Kodo, i sentieri di un antico pellegrinaggio shinto-buddista.

Italia (post scriptum)

Questa l’abbiamo vista questa mattina, parcheggiata nei pressi del castello di Osaka, ma avrebbe dovuto appartenere al post precedente:


Non si vede, ma sul parafango anteriore c’è anche una bandierina tricolore. Noterete poi, oltre alle scritte, la coincidenza del numero di targa. 

Figlio 1 ci spiega il contesto culturale che l’automobile chiaramente presuppone: una 500 gialla (tipo vecchio) era la macchina in dotazione di Lupin III, ladro gentiluomo giapponese erede dell’omonimo Arsenio francese e protagonista di una longeva serie di cartoni animati (anime) negli anni Ottanta.

Italia

Chiediamo scusa a tutti i templi shintoisti, a tutti i feudatari divenuti Shogun (*), alle folle che si riversano qui ogni mattina con il treno in arrivo da Tokyo che ripartiranno alle quattro, ma noi la storia dei nostri due giorni a Nikko la facciamo partire dalla coda, cioè da qui:


Questa è l’ombra di Figlio 2 su una veranda aperta sulle brumose e placide acque del lago Chuzenji, qualche chilometro più a nord e parecchie centinaia di metri più su di Nikko (che è celebre, appunto, per i templi e i memoriali dei primi Shogun). Alle spalle di Figlio 2 c’era questa roba qua:


Siamo nella residenza estiva dell’ambasciatore d’Italia in Giappone, o meglio quella che è stata fino al 1997 la residenza dell’ambasciatore, poi – immaginiamo con la complicità dei bilanci pubblici italiani – la villa è stata ceduta allo Stato giapponese che la ha completamente ristrutturata e la ha aperta al pubblico, insieme all’addiacente ex-residenza estiva dell’ambasciatore di Sua Maestà britannica.

Più oltre sul lungolago ci sono anche le ville di belgi e francesi, ma queste ancora territorio diplomatico. Gli è che nella prima metà del Novecento, tutta la bella società internazionale di Tokyo – quelli che ancora non si conoscevano come “expats” – veniva a prendere il fresco qui, costruiva ville, si sfidava a vela, si in incontrava per i tè e intanto pensava di avere le sorti del mondo in mano.

La villa è in gran parte di legno e ricoperta, dentro e fuori, della corteccia di alberi diversi. “Elegante e rustico” si può dire? Comunque l’insieme è piuttosto affascinante e la vicenda – in fondo felice ci sembra – della villa italiana (disegnata in realtà dal console onorario ceco che di mestiere faceva l’architetto) e di quella britannica , simbolizza bene il passare del tempo e il cambiare degli equilibri mondiali.

In precedenza avevamo camminato per oltre tre ore un po’ più a monte del lago, in un territorio di paludi montane straordinario, servito da un ancor più straordinario sistema di sentieri e segnalazioni.


Ma Nikko, oltre che per la pioggerellina fastidiosa e per i templi… 

 . ..vabbè, vabbè, ne volete vedere uno? Eccolo: 


(È una roba superornata del Seicento, che fa pensare a una specie di “barocco universale” che si impone alla faccia del severo isolamento politico, commerciale e culturale che gli Shogun imposero per due secoli e mezzo al Giappone…)

…insomma, dicevamo, a parte questo, la cosa che ci resterà a lungo nella memoria è la guest house che ci ha ospitato. Un po’ fuori dalla parte più “utile” del paese, è una vecchia pensione giapponese, ereditata dal nipote della donna che la mise in piedi 47 anni fa. Il tipo è sveglio e la ha trasformata nel paradiso dei backpackers (“saccoapelisti”, nel volgare linguaggio giornalistico italiano di qualche anno fa): stanze con tatami e futon, servizi comuni, sala comune con frigo, forno a microonde e drink (caffè e tè a volontà). Ti porta anche in macchina alla stazione la mattina e alle terme (onsen) la sera. Ecco la nostra stanza:


Chiudiamo con un’ultima notazione nippo-italiana. Ciò che segue compariva nell’ultima pagina di un menù fotografico di un ristorante:


Non scandalizzatevi troppo, i fagioli rossi sono ingrediente base di una composta utilizzata per molti dolci qui e la panna è la panna: si tratta, in fondo di un dessert (peraltro non disponibile. v. la croce). 

E i pizzaioli romani che te la offrono con la Nutella? :)

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(*) gli Shogun, se abbiamo capito bene, sono stati a i capi militari e de facto padroni del Giappone dall’inizio del 1600 alla seconda metà dell’800, pur in presenza di una corte e di una dinastia regnante che non contavano niente.