Pace

È stata un po’ una follia, ma ce l’abbiamo fatta. Ieri sera, mangiando un boccone ancora a Kyoto dopo una giornata passata a Nara (con una andata e ritorno in treno durata il doppio per via di un nubifragio la notte precedente), ci siamo molto chiesti che fare oggi, prima di arrivare in serata a Tokyo per i nostri ultimi due giorni in Giappone. Alla fine abbiamo optato per un’altra giornata di treni con destinazione  Hiroshima.

Figuriamoci, la gita di un giorno a Hiroshima da Osaka o da Kyoto si fa, ma noi la sera poi dovevamo arrivare a Tokyo (oltre cinque ore di treno da Hiroshima, con tutta l’Alta velocità). La cosa era ancora più complicata dal fatto che oltre al Parco della Pace e ai ricordo della bomba atomica del 6 agosto 1945, volevamo dare una occhiata anche all’isola di Miyajima, quella con l’enorme Torii (portale) rosso che emerge dalle acque – il che implicava un’altra mezz’ora di treno e un traghetto.

Silvia dice che Mario in certe situazioni è bulimico, ma in questa circostanza è stata anche lei subito della partita. Lo abbiamo fatto e siamo molto soddisfatti di averlo fatto, anche se ci ha lasciato un po’ l’amaro in bocca e ha suscitato qualche discussione aver fatto tutto a passo di carica. 

La Cupola della Pace (il famoso scheletro di un edificio rimasto in piedi dopo che la prima bomba atomica della storia aveva raso al suolo la città) compare di sorpresa, quasi di spalle, a chi arriva dalla città sui classici bus hop-on hop-off. La giornata è assolata e calda da cuocerti, i colori sono belli e intensi, i monumenti pochi, solenni e molto essenziali, quasi scabri. Il museo ben fatto e non troppo grande.

C’è il tempo per imparare e/o ricordare qualcosa, per rigirarsi un po’ di pensieri per la testa. Mario riflette sul fatto quando lui si occupava di disarmo nucleare erano passati quarant’anni dalla bomba, quasi quanti ne sono poi passati da allora ad oggi.

Il monumento ai bambini morti  è circondato da una decina di cabine di vetro piene di migliaia di origami di carta colorata a forma di gru, in memoria di una ragazzina che aveva due anni al momento dello scoppio e che morì di leucemia dieci anni dopo – nonostante avesse cercato disperatamente e invano di costruire mille gru di carta mentre era ricoverata in ospedale. Avrebbero dovuto portarle fortuna.

Noi, in famiglia, gli origami li abbiamo assai frequentati, come molti sanno. Figlio 1 ne è stato a lungo un accanito costruttore. Oggi ne abbiamo visto migliaia tutti insieme – e li abbiamo visti, appunto, insieme.

Prima del Parco e del museo siamo però riusciti in effetti a fare un salto, proprio a scappa-e-fuggi, a Miyajima. Un’isola coperta di verde in mezzo ad altre isole coperte di verde. Una funivia ci ha portato in cima per un colpo d’occhio spettacolare su Hiroshima e le isole vicine. 


Sono lo stesso tipo di isole che abbiamo visto in decine di film sulla guerra del Pacifico – anche se non proprio quelle. In cima a quelle rocce ricoperte di vegetazione fitta e brillante era facile pensare alla terribile guerra combattuta da fanti trincerati e affamati contro attaccanti che venivano falciati dalle artiglierie e dalle mitragliatrici. Prima, molto prima del 6 agosto 1945, per tre sanguinosissimi anni.


Ma Miyajima è bella e piena di turisti, quanto di daini che qui – come peraltro a Nara – girano per la città chiedendo, anzi pretendo da mangiare, intrufolando il muso nella borsa delle signore, spaventando i bambini (sì avremmo potuto fare anche un post intitolato “Bambi contro bambini”…) e mettendosi in posa per le foto.

Di immagini di daini siamo pieni, Figlio 1 dopo lungo tentare è riuscito a farsi anche un selfie insieme a un esemplare (i due nasi a confronto!), ma noi vi lasciamo con la foto di una gru. Una gru vera, che vegliava all’angolo del tempio buddista vicino al nostro ostello di Kyoto mente noi all’alba andavamo a prendere il treno per scoprire la storia di quelle di carta.